La stampa locale è ormai in possesso della copia integrale della ordinanza con la quale la Corte di Cassazione, il 19 agosto, ha rigettato come infondato e inammissibile l’ennesimo ricorso avanzato dal Comune di Bari per evitare la realizzazione della proposta finanziaria e progetto architettonico della Cittadella della Giustizia, offerta dalla S.p.A. Pizzarotti. Può quindi la stampa, interprete o motore della opinione pubblica, non limitarsi alla asettica notizia della condanna del Comune, ma trarne alcune conclusioni e, tra queste, entrare nel merito della questione. Il merito è trasparente e indubitabile: la città di Bari, la sua Provincia e quella di Foggia e della Bat hanno necessità – ormai tragicamente impellente poichè è dal 1982 che se ne dibatte – di nuovi spazi giudiziari, più lati, più funzionali, più razionali. Non lo affermavo io – che nel 1982 insieme al dott. Mancuso presidente della Corte d’Appello di Bari ponemmo la questione al sindaco di Bari avv. De Lucia – ma tutti gli “operatori” di giustizia, in primis i magistrati che, oggi appaiono muti in uno strano silenzio timido e imbarazzato. Insieme al sindaco De Lucia convenimmo che la soluzione ideale era l’accorpamento di tutti gli uffici giudizarii in un’unica sede. Poi per la mancanza di risorse, comunicataci dal Sottosegretario alla Giustizia, on. Sorice, si ripiegò sulla erezione di un secondo palazzo da aggiungere a quello di Piazza De Nicola. Abbiamo visto che fine ha fatto questa rabberciata e subordinata soluzione. Pertanto l’unica via d’uscita per risolvere il ventennale problema era il ricorso alle finanze private poichè le risorse finanziarie del già risicato bilancio del Ministero si erano ancor più ridotte. E ciò fu fatto dal Comune di Bari in linea con gli indirizzi dello stesso Ministero. Da qui il bando della ricerca di mercato indirizzata ai finanziatori privati, da qui la scelta della migliore proposta progettuale e finanziaria nell’offerta Pizzarotti, scelta attuata sia dalla commissione di soli tecnici del Comune di Bari sia dalla Commissione di manutenzione della Corte d’Appello, unica abilitata, per la legge dal 1941, a determinare le esigenze di spazio e la funzionalità del progetto, con la supervisione del Ministero della Giustizia. Ritenemmo tutti che, portata a compimento la gara, le trentennali tribolazioni dell’edilizia giudiziaria baresi fossero ormai terminate. Anche perchè il nuovo sindaco – nel frattempo insediatasi con la nuova Amministrazione di centrosinistra – era quello stesso sostituto procuratore che nel 2003 ebbe a dichiarare in un empito di sincero entusiasmo che la Cittadella della Pizzarotti avrebbe rappresentato l’inizio di un “nuovo rinascimento di Bari”. Ma appena eletto il dott. Emiliano ha cambiato opinione, non avendo imbarazzo a confessare che aveva il “cappio al collo”. Da allora, dalla sua elezione sono passati oltre cinque anni e le cronache registrano le numerose e cocenti e costose sconfitte giudiziarie del sindaco nei procedimenti inamissibilmente, infondatamente ed elusivamente da lui proposti, come affermano le magistrature superiori, Consiglio di Stato e Cassazione. C’è da chiedersi il perchè di tanto sospetto ostruzionismo alla Cittadella: ma nessuno – tra gli illustri opinionisti della nobiltà tecnica ed intellettuale di Bari – ha il coraggio o la voglia o la dignità di porre la domanda. Non sarò io a spiegare il motivo di tanti imbarazzati pudori perchè l’ho già detto e scritto più volte e perchè attendo speranzoso di veder emergere ancora qualche residuo di dignità dal ceto intellettuale che non campa dall’edilizia. Ciò che però non possono esimermi dal rilevare è che ormai è giunto il momento che della vicenda Cittadella se ne occupi la giustizia penale. Oggi impegnata allo spasimo, nella Procura della Repubblica, a indagare sulla sanità barese e sniffatori ed escort di contorno, ma distratta sull’altro grande serbatoio della corruzione pubblica, che è quello della edilizia e dell’urbanistica. Certe operazioni urbanistiche infatti non si spiegherebbero altrimenti se non con la corruzione o alternativamente con la totale imbecillità degli amministratori pubblici. E in questo settore si è passato ormai ogni limite di decenza. Ma se è difficile trovare il “corpo del reato”, tuttavia non è impossibile: ancora oggi infatti si acquista la casa dal costruttore con la reciproca convenienza fiscale – per acquirente e venditore – di versare in “nero” una parte del prezzo. Questo “nero” rappresenta un fondo miliardario che non solo provoca enormi danni all’erario ma alimenta un giro incredibile di corruzione. Sta lì il luogo dove indagare, non certo nei bilanci formalmente ineccepibili dei partiti. Ettore Bucciero |