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giovedì 9 settembre 2010
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"Un partito del Sud" di Gianni Donno (19/07/09)
Se i partiti politici italiani sono alla ricerca di rinnovate identità e nuove forme di aggregazione, un Partito del Sud sembrerebbe disporre di un ampio spazio politico. Ma la prima domanda è: su quale base politico-identitaria? Diversi interventi di osservatori, nuovi movimenti di base e, infine, rinnovati accordi fra governatori del Sud non hanno ancora compiutamente affrontato il problema.
In primo luogo si parli della componente sociale-culturale. Basta essere cittadini del Sud, per ritrovarsi in una identità politica comune? Come dire Terronia vs Padania? Non funzionerebbe, fino ad oggi non ha funzionato. La cosiddetta “identità padana”, ancorchè pura affermazione di propaganda, ha avuto una certa presa perché poggiava su un dato di collocazione economica definita, nell'ambito del differenziato assetto nazionale. E cioè il vecchio stereotipo del “Nord che produce, mentre il Sud consuma (spreca)” ha mantenuto una radice nella coscienza comune delle popolazioni del Nord, soprattutto con il tramonto dello Stato assistenziale, all'indomani di Tangentopoli, e dopo le vicende di Napoli.
Ma per il Mezzogiorno? Quale identità culturale rivendicare? Quella obsoleta, ed ormai oggetto di generale derisione, di un Sud storicamente penalizzato e discriminato, e quindi titolato a chiedere costanti “risarcimenti”? Non vi crede più nessuno, e neanche gran parte dei Meridionali. Fra costoro, quelli settentrionalizzati sono i più intransigenti, ove un tempo erano i “mediatori” culturali presso le genti del Nord, cui mostravano begli esempi di dedizione al lavoro e di onestà. La solidarietà verso il Sud è oggi evaporata. Ma la colpa non è certo della Lega. L'autocritica del Sud, invocata dal presidente Napolitano, ha provocato una nuova libellistica autogiustificatoria. Continuiamo a farci del male.
E quindi?
Se non esiste una plausibile identità culturale e sociale che contraddistingua un Partito del Sud, forse è riconoscibile un comune progetto dell'economia, che sfati il cliché della classe politico-amministrativa (e dell'elettorato che la esprime) sperperosa, infingarda e spesso corrotta?
Siamo al cuore del problema, che un nascente Partito del Sud non può eludere. Se il Nord vuole ormai dare di meno (e il federalismo fiscale è la piena manifestazione di questa pulsione), come può fare il Sud a continuare a chiedere “di più”?
Sarà un dialogo fra sordi. A meno che i Sudici non dimostrino ai Nordici che la rivendicazione di una maggiore spesa pubblica è funzionale anche agli interessi del mondo produttivo settentrionale. Ma, ai fini di questa impegnativa dimostrazione, l'esperienza storica non aiuta di certo.
Resta la tensione politica antagonistica verso i partiti nazionali che “hanno dimenticato il Mezzogiorno”. Può bastare, questo “sentimento”, per la nascita e la crescita di un Partito del Sud? Dubitiamo. Il Mezzogiorno passò sempre, nello spazio di un mattino, dall'opposizione al sostegno governativo. Bastarono dazi protettivi o leggi speciali o Casse per il Mezzogiorno a convincere le classi dirigenti meridionali. Ed infatti abbiamo il timore che anche questa volta il Partito del Sud possa morire nella culla, se fra i partiti nazionali, posti di fronte ad un concorrente tanto agguerrito, comincerà la nobile gara a chi è più meridionalista, con le proposte al rialzo di leggi per il Mezzogiorno, con qualche miliarduccio in più, che, entrando nel tritarcarne della spesa pubblica del Sud, plachi i bollenti spiriti dei nuovi capipopolo, sotto sotto “filogovernativi”. Speriamo di sbagliare.
Gianni Donno
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