Il successo della Lega lascia sempre tutti sconcertati. Ma solo perché viene fatta una analisi puramente politica senza capire quali sono le sue radici e le forze che l’alimentano. In modo semplificato ma essenziale possiamo dire che la Lega è l’espressione della popolazione che vive nelle valli e nelle zone pedemontane di tutto l’arco alpino, un’area geografica rimasta marginale, senza voce, che parlava una lingua diversa da quella ufficiale. Ma il movimento collettivo che alla fine unificherà tutte queste componenti sorge in un’area ancora più ristretta: la stupenda fascia fra i laghi Maggiore, di Varese e di Como, al confine con la Svizzera a cui ha sempre guardato e di cui ha assimilato l’orgoglio dell’autonomia dei Cantoni, e l’autogoverno del comune.
Una zona bellissima, ricca di storia, dove vive un popolo radicato in comuni che esistono dal Medioevo, un popolo geloso del suo territorio, della sua autonomia, dove il politico eletto risponde alla comunità che amministra, dove c’è una struttura familiare solida, una forte etica del lavoro, una produttività straordinaria.
Un popolo che si è sempre sentito diverso da quello della pianura e della città e che guardava con distacco e diffidenza perfino Milano. Una zona che ha perso importanza con l’unificazione, quando la capitale è diventata Roma e la burocrazia si è meridionalizzata. E dove, con lo sviluppo economico e con l’immigrazione extracomunitaria, a poco a poco è cresciuto il desiderio di conservare la propria identità, di decidere autonomamente e di tenere per sé la ricchezza che produce. Un disagio diffuso che si esprimeva in diffidenza, in rancore, in fantasie di secessione e di indipendenza, finché non ha incontrato un leader che ha vissuto questo stesso disagio, l’ingiustizia, la marginalità in se stesso, ne ha fatto una missione, e ha concepito un progetto politico nuovo. È dall’incontro fra questo popolo che non riusciva a dar voce alle sue esigenze e il leader, che è nata la Lega di Bossi.
Per anni è cresciuta lentamente nel suo habitat naturale finché la crisi del vecchio sistema di potere le ha consentito di diventare il punto di riferimento elettorale di milioni di persone del Nord. E che oggi cresce perché interpreta il bisogno crescente di un rapporto politico locale diretto, concreto, responsabile fra elettore ed eletto, al di fuori delle chiacchiere e manipolazioni mediatiche.
www.corriere.it/alberoni Francesco Alberoni
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