Ora c'è l'accordo, col timbro della Casa Bianca: l'America di Obama punta le sue carte su Fiat non solo per salvare Chrysler dal fallimento, ma per renderla — col design italiano e la nostra tecnologia di risparmio energetico — il simbolo della riscossa dell'industria manifatturiera Usa. Un grande successo per il gruppo torinese, ma anche una sfida straordinaria. Anzi, una serie di sfide. In mezzo alle quali Sergio Marchionne, col suo Dna di scommettitore, sembra trovarsi assai bene.
La prima, ovviamente, è quella di pilotare a tempo di record l'azienda americana, che da oggi «congela » i suoi stabilimenti, fuori dalla procedura di bancarotta. Avviando, contemporaneamente, la sua integrazione col gruppo italiano. Gli scettici ricordano che, per uscire dal «Chapter 11», normalmente ci vogliono almeno 12 mesi. Ma questi non sono tempi normali: i protagonisti dell'accordo puntano su un numero «magico», 363. È la sezione del Codice americano che consente al Tribunale di vendere con procedura abbreviata (e senza bisogno del consenso unanime dei creditori) i beni principali della Chrysler alla nuova società partecipata dalla Fiat.
La scommessa delle aziende — ma anche quella di Obama, che ha messo esplicitamente tutto il suo peso dietro l'operazione — è di chiudere questa delicatissima fase a tempo di record: 60 giorni al massimo. Poi la nuova Chrysler «italiana» dovrà bruciare le tappe per mettere sul mercato Usa i nuovi modelli e conquistare una significativa fetta del mercato, invertendo il trend declinante registrato dall'azienda Usa negli ultimi anni.
Non è una scommessa facile, ma è anche una irripetibile occasione — arricchita dall'ipotesi di integrazione anche con le attività europee di GM (Opel) — di scompaginare l'assetto del mercato mondiale dell'auto, trovando lo spazio per un nuovo protagonista capace di produrre 56 milioni di veicoli l'anno. Obama si espone molto, accetta un rischio molto elevato, dimostrando grande fiducia in un'azienda italiana, nella sua tecnologia e in un manager che gioca sulla sua immagine di «pokerista», ma che alla Casa Bianca è soprattutto percepito come un grande agente di cambiamento; uno che rischia, ma con un progetto chiaro in mente.
Quella annunciata ieri è un’operazione industriale, ma per il presidente Usa il significato di Chrysler-Fiat va ben oltre l'auto. Già ieri è diventata il terreno per un «regolamento di conti » con la parte di Wall Street che Obama considera maggiormente responsabile del disastro finanziario: «hedge fund» e banche d'affari che mantengono una mentalità pre crisi e restano ostili a ogni intervento del governo federale in economia, sia esso congiunturale o strutturale. Domani su aziende come Chrysler- Fiat si giocherà addirittura il destino di un pezzo del sistema sanitario Usa, visto che la possibilità di continuare a finanziare cure mediche con meccanismi di mercato dipenderà anche dai margini di profitto che gruppi come questo riusciranno a realizzare. Massi8mo Gaggi |