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giovedì 9 settembre 2010
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La nostra ultima Rassegna Stampa:
"Così è affondato il sedicente capo" di Marcello Veneziani (Il Giornale, 07/09/10)

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"L'anno veloce della politica" di Segio Romano (Corriere della Sera)
A un anno dalle ultime elezioni politiche e dopo 11 mesi di governo Berlusconi, continuo a pensare che il bipolarismo italiano (domani forse bipartitismo) presenti, rispetto al passato, molti vantaggi. Gli italiani non votano più per dare procure in bianco ma per scegliere un presidente del Consiglio. I governi hanno buone possibilità di restare in carica sino alla fine della legislatura. Se il risultato è incerto, come nel 2006, si torna, prima o dopo, alle urne. L’opposizione, nel frattempo, è costretta a riflettere sui propri errori e a riorganizzare le forze per la prossima partita. A molti italiani può non piacere essere governati da Silvio Berlusconi. Ma erano largamente di più gli italiani a cui spiaceva, un anno fa, essere governati da Romano Prodi. Abbiamo insomma la sola stabilità che si addica a un Paese democratico: quella che assicura contemporaneamente, con qualche inevitabile sbavatura, la continuità e l’alternanza. Avremmo quindi buoni motivi per essere abbastanza soddisfatti del modo in cui il sistema politico si è andato progressivamente assestando nel corso degli ultimi 15 anni.

Ho usato il condizionale perché questa stabilità, anziché tranquillizzare gli animi degli italiani, ha avuto effetti opposti. Ha scatenato una sorta di guerra civile fredda tra campi contrapposti, e ha suscitato in una parte considerevole del Paese una sorta di rigetto per l’intera classe politica. Invece di essere finalmente «normali» viviamo in uno stato di permanente litigiosità. Il problema non è soltanto italiano. Non vi è democrazia in cui la globalizzazione, l’immigrazione e la crisi del sistema finanziario non abbiano messo a dura prova la credibilità dei governi e dei partiti. Ma il clima politico italiano è peggiore di quello dei nostri partner europei. Abbiamo finalmente la stabilità, ma a un prezzo più alto di quello che il Paese possa permettersi di pagare.

Vi sono, per spiegare questo fenomeno, almeno due ragioni, strettamente speculari. L’opposizione continua a considerare Berlusconi una intollerabile anomalia, un leader, come scrisse l’Economist, «unfit to govern», non idoneo al governo del Paese. E Berlusconi, dal canto suo, continua a rappresentare se stesso come l’unico leader «fit to govern». Non è soltanto il vincitore delle elezioni, il capo del partito di maggioranza, il presidente del Consiglio. È il solo che possa modernizzare l’Italia e salvarla dal comunismo. Non si considera soltanto utile al futuro del Paese: si ritiene indispensabile. Questa auto-rappresentazione gli impedisce di completare la riforma della Costituzione d’intesa con l’opposizione. Sa che l’Italia ha urgente bisogno di cambiare le parti invecchiate della sua Carta e non può ignorare che una buona parte del centrosinistra è giunta alle stesse conclusioni. Ma il dialogo con l’opposizione comporterebbe la definitiva legittimazione dell’avversario e gli impedirebbe di continuare a giocare la carta dell’indispensabilità. E se la riforma, a queste condizioni, diventa improbabile, preferisce andare avanti così, nella speranza di fare da sé ciò che non vuole fare con altri.

È inutile chiedersi chi abbia, in questa guerra civile fredda, le maggiori responsabilità. Berlusconi è presidente del Consiglio e ha ragionevoli possibilità di restare in carica per altri quattro anni. Tocca a lui rompere il ghiaccio e passare, d’accordo con il centrosinistra, alla fase costituente. Ha certamente avuto il merito di creare le condizioni per un sistema politico più stabile. Si serva della vittoria per completare il lavoro.

Sergio Romano
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