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lunedì 6 settembre 2010
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"La memoria degli elettori : TRA MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE" (Corriere della sera, 13/08/10)

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"Come si sta a dar ragione a Fini" di Piero Sansonetti (il Riformista)
Nel 1968 avevo 17 anni e facevo quello che facevano tutti i ragazzi assennati, di diciassette anni, nel sessantotto: il sessantottino.
©Lapresse 13-3-2009 Stranieri: Fini, immorale la denuncia dei medici Nella foto: Gianfranco Fini foto di repertorio L’anno dopo, a 18 anni, andai davanti ad alcune sale cinematografiche a fare i picchetti per impedire che la gente entrasse a vedere un orrido film con John Wayne, “Berretti verdi”. Era un film sulla guerra del Vietnam nel quale gli aggressori americani erano dipinti come eroi, e i vietcong come belve. Unico – forse – film reazionario di successo partorito da Hollywood in quella stagione (che io ricordo come meravigliosa stagione politica e culturale). Raccontano le cronache che un ragazzo destinato a diventare assai più importante di me, e che aveva giusto un anno meno di me, in quello stesso 1969 cercò di andare a vedere il film “Berretti verdi”, perché gli piacevano i film di guerra e gli piaceva John Wayne.

Ma all’ingresso del cinema fu respinto dai picchetti dei ragazzi sessantottini, e allora si infuriò, e per la gran rabbia, lui che non si era mai occupato di politica, diventò fascista. Si iscrisse al Msi di Almirante, e poi alla Giovane Italia (organizzazione giovanile del Msi) e un po’ dopo fu nominato capo del Fronte della Gioventù, sigla che aveva preso il posto della Giovane Italia e raggruppava ragazzi molto agguerriti e abbastanza maneschi.

Quel ragazzo, lo avete già capito, si chiamava Gianfranco Fini. In quegli anni si trasferì a Roma e si dice che frequentasse soprattutto la sede del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna, vicina alla stazione Termini, e la sede del Msi di via Livorno, vicina a piazza Bologna. Mi ricordo perfettamente che in quel periodo giravo molto per Roma, e c’erano due soli luoghi della città dai quali mi tenevo alla larga: via Sommacampagna e via Livorno. Avevo paura di passare in quelle strade: avevo paura dei fascisti. E odiavo i fascisti.

Essendo un coetaneo di Fini, per anni e anni l'ho considerato il simbolo di tutto quello che era l’opposto da me. Opposto nei valori, nei principi, nelle idee, negli stili di vita, nei gusti culturali, nella moralità. Mi dava persino fastidio – negli anni 90 – sentire che Fini fosse considerato un giovane intelligente, molto saggio, originale, mentre per me lui era solo l’allievo di Almirante, lo squallido allievo di Almirante, e non concepivo nemmeno l’idea che un allievo di Almirante potesse essere qualcosa di diverso da uno squadrista in carriera.

Ho scritto tutto questo per raccontarvi dello stupore e dell’angoscia che mi prendono oggi, quando seguendo le giornate politiche – le dichiarazioni, le grida, le interviste – mi accorgo che l’unico a provocare la mia istintiva approvazione è Gianfranco Fini. Mi capita di sentire un fremito, quasi di amicizia, quasi di simpatia verso di lui, che da solo – senza alleati, sfidando il vituperio dell’opinione pubblica di destra – supplisce alle assenze mostruose dell’opposizione e della sinistra e tuona contro la Chiesa sul caso Englaro, o contro i razzisti sul caso Caffarella, o a difesa del Parlamento contro il centrodestra. L’altro giorno Fini è tornato all’attacco, contro la Lega, opponendosi a quell’emendamento al decreto-sicurezza che trasforma i medici in “spioni” e li invita a denunciare i clandestini ammalati. Ha detto che è una idea che confligge con l’etica e viola la moralità dei medici.

Non credo di essere l’unica persona di sinistra che si trova in questa curiosa situazione. Spesso, però, quando esprimo – pubblicamente o privatamente – frasi di apprezzamento per il presidente della Camera, mi si risponde osservando che probabilmente Fini si comporta in questo modo per un machiavellico disegno personale che non si sa bene quale sia. A parte il fatto che se ogni volta che un politico si schiera devo andare a cercare quale sia il disegno personale che c’è dietro, smetto di occuparmi di politica e passo alla Settimana enigmistica. Ma poi qualcuno mi deve spiegare una cosa: quale disegno personale, per un leader di destra, può passare attraverso lo scontro col potere gigantesco del Vaticano. Conoscete qualche leader di destra che sia mai andato in rotta di collisione col Vaticano? (E conoscete molti leader di sinistra che lo abbiano fatto?).

Fini in questi ultimi due anni ha dimostrato un enorme coraggio politico, e nessun altro leader di primo piano ha fatto altrettanto, e per questo – mio malgrado e a malincuore – gliene sono abbastanza grato.
P.S. Sono sicuro che se oggi proiettassero di nuovo, in una sala di Roma, “Berretti verdi”, io non andrei più a picchettare, ma Fini, dopo averlo visto, commenterebbe: che schifezza di film!
Piero Sansonetti
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