Questa lunga, travagliata ed inconcludente verifica sta divenendo la metafora dell’irresolutezza del nostro sistema politico. Il risultato elettorale era stato chiaro, ed il centro destra dotato sia di una maggioranza parlamentare sia di una leadership riconosciuta, ma, a dispetto di tanta stabilità, le riforme non arrivano ed i contrasti interni alla maggioranza non scarseggiano. Come è possibile? Si dirà che questo dipende dalle caratteristiche della coalizione di centro destra, ove si ritrovano centralisti e federalisti, liberisti e statalisti. Ma è, questa, un’osservazione superficiale. Successe la stessa cosa al centro sinistra, con la sola differenza che da quella parte la leadership era sopportata e non riconosciuta, pertanto cambiarono tre presidenti nel corso di una sola legislatura. Per il resto, si tratta di un copione già sperimentato.
Il guaio, quindi, non sono le persone, i caratteri o le impuntature, ma l’incapacità di governarle all’interno di un sistema comunemente accettato. Vivere in un sistema maggioritario significa volere rinunciare alla capacità di condizionamento delle forze di minoranza. Può essere un fatto positivo, e lo dice chi ha sempre militato nelle minoranze. Può esserlo perché costringe ciascuno ad elaborare proposte politiche che abbiano la capacità di rivolgersi alla generalità dei cittadini. La cosa ha i suoi pro ed i suoi contro, ma ha anche un suo senso. Al contrario, però, noi viviamo in un sistema falsamente maggioritario che consente grande forza di ricatto alle minoranze elettorali, con il risultato che sia la maggioranza che la minoranza sono trascinate dalle estreme.
Una follia, che rende difficile governare (e si vede), e rende difficile elaborare proposte alternative di governo (e si stravede). Chi sente questo discorso spesso reagisce dicendo: ma non si deve tornare indietro rispetto alla conquista maggioritaria. Il guaio è che la “conquista” maggioritaria non c’è mai stata, è vissuta solo nel giuoco di prestigio giornalistico, è stata alimentata da slogan, non da riforme istituzionali. Quello nel quale viviamo non è un sistema maggioritario difettoso, ma, semmai, l’estrema degenerazione di quello proporzionale: sono state soppresse le minoranze politiche, per lasciare spazio a quelle elettorali.
L’esito della verifica, in questo quadro, è, al tempo stesso, scontato ed irrilevante. Quel che sarebbe utile mettere in campo è la capacità di una seria riflessione comune, coinvolgente le componenti autenticamente politiche di una parte e dell’altra, non per creare le condizioni di un governo comune, bensì per porre le basi di un minimo di governo. Le riforme istituzionali, quelle di cui l’Italia ha bisogno, non solo non si fanno a cura esclusiva della maggioranza governativa, ma si fanno solo a patto di scassare gli equilibri di ambo i poli. Per fare le riforme, insomma, ci vorrebbe la politica. Se la politica viene tenuta fuori dalla porta, anche le riforme resteranno all’agghiaccio.
Davide Giacalone giac@rmnet.it
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