Prologo L'amicizia spinge talvolta a gesti inconsulti. Tale è stato l'invito di Franco Botta; tale il mio assentirvi. Lui non aveva calcolato la mia pigrizia fisica e mentale. Io conoscevo, ma non vi ho dato peso, il mio disamore per temi che, invece, restano all'ordine del giorno.
È evidente che si possono trovare innumerevoli ragioni per cui si scrive e se ne possono trovare almeno altrettante per non farlo. Ma chi decide di farlo, perché lo desidera, perché gli piace, o persino perché il suo mestiere lo obbliga, deve farlo come si deve. Plinio il Vecchio attribuisce ad Apelle, il più famoso pittore greco di età classica, il saggio ammonimento ad essere laboriosi e costanti nell'operare: "Nulla dies, sine linea", che, riferito a chi scrive, potrebbe suonare "che non passi giorno, senza aver scritto almeno una riga". E così che a fine anno, oltre a ciò che si è prodotto per dovere, si sono accumulate pagine scritte per piacere, o almeno per convinzione. Avremmo potuto battezzarle "suite", a somiglianza della composizione strumentale barocca i cui movimenti sono costituiti da forme di danza della stessa tonalità, ma di contrastante andamento ritmico e che, nella struttura tipica comprendeva quattro danze fisse - l'allemanda, la corrente, la sarabanda, la giga - spesso intercalate da altre danze (minuetto, gavotta, ciaccona, ecc.), ma sarebbe stato pretenzioso attribuire ai quattro scritti qui offerti in posizione alternata, una voluta e determinata organizzazione compositiva. Trattandosi, però, semplicemente di un dare forma ai nostri pensieri, ognuno libero, come in ogni civile ed amicale congrega, di scegliere i temi secondo le proprie inclinazioni e preferenze, forse appartengono più alla categoria degli "impromptus", esecuzioni estemporanee, improvvisate. Non un discorso compiuto, ma intuizioni, sensazioni, cose che si sentono annusando l'aria. Fogli d'album, appunto.
Quando, poi, si è trattato di discutere delle peculiarità editoriali, naturalmente ci siamo confrontati anche nel merito dei temi prescelti e, quasi con sorpresa, abbiamo dovuto ammettere che, fra le pagine, sotto le righe, ovunque aleggia uno spirito comune: l'affetto un po' timido e sofferto per il posto in cui viviamo, che non fa granché per meritarselo, ma che noi riversiamo, magari furtivamente, ponendolo al centro dei problemi sconfinati che il vivere d'oggi comunque comporta. La capacità di interpretare lo sviluppo (Botta), la necessità di sopravvivere all'euro (Del Prete), quanto conti il confine adriatico nell'identità pugliese (Botta), gli effetti dell'allargamento a 25 dell'Unione europea (Del Prete), son tutti problemi che, in qualche modo, finiamo sempre per esaminare ponendo al centro dell'immagine, esplicitamente o inconsapevolmente, questa Puglia, protesa al futuro e spesso tradita dal proprio passato. Poche parole finali sul perché del titolo. Nella nota a corredo di una raccolta di esecuzioni di Narciso Yepes, autore del celeberrimo motivo per il film Jeux interdits (Giochi proibiti) di René Clément, Franco Botta aveva trovato scritto: «"Ser instrumento", essere tutt'uno con lo strumento, cioè essere chitarra... un impegno, un precetto poetico e professionale, e una missione»; la riflessione gli era piaciuta e me l'aveva comunicata. "Ser instrumento"..., in fin dei conti la nostra ragione per scrivere è lì. E il continuare a guardare dalle più imprevedibili angolature allo stesso oggetto ripete "l'ostinato ritmico" del leitmotiv di Giochi Proibiti, composizione, come si sa, guardata con distacco dai chitarristi professionisti ma amatissima dai dilettanti.
Fabio Del Prete |