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venerdì 3 settembre 2010
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"La memoria degli elettori : TRA MAGGIORANZA E OPPOSIZIONE" (Corriere della sera, 13/08/10)

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"D'Alema e la Banca 121" Il parere di Tommaso Francavilla (08/01)
Occorre una straordinaria dotazione di faccia tosta, da parte dei diessini leccesi, per contestare i pur prudentissimi riferimenti di Alfredo Mantovano, che- prima di diventare un competentissimo ed autorevole uomo di Governo - è stato un Magistrato di grande serietà e valore e quindi è solito parlare a ragion veduta, ai collegamenti tra l’allora Segretario DS e Presidente del Consiglio Massimo D’Alema e la Banca del Salento, successivamente confluita, con il nuovo nome di “Banca 121” nel gruppo Monte dei Paschi proprio sotto il regime ulivista di cui il sullodato era, con qualsiasi carica, il vero “azionista di maggioranza”.

A Lecce infatti lo sanno anche i muri che il super-manager dell’istituto di credito salentino De Bustis era legato mani e piedi alla causa dalemiana, mentre non a caso è stato proprio il Monte dei Paschi di Siena, noto per essere integralmente controllato- tramite gli Enti locali toscani- dal partito post-comunista, ad acquisirne la proprietà, con un sospetto di sopravvalutazione che sembra somigliare molto a talune vicende, da Montedison a Telecom Serbia, sulle quali grava, più o meno a ragione, il pesante sospetto di operazioni tangentizie. Ed appare francamente ridicolo appellarsi, a discolpa di D’Alema, alla presunta appartenenza al centro-destra della famiglia Semeraro, quando bisognerebbe semmai spiegare come mai il declinante “lider Massimo” sia stato ripetutamente eletto, anche in contro-tendenza rispetto agli indirizzi elettorali nazionali, in un Collegio che per vocazione è schierato dall’altra parte, come è stato dimostrato anche dalla contestuale elezione di un’Amministrazione comunale di centro-destra in quel di Gallipoli. E magari anche da dove venissero le ingentissime risorse impiegate nelle campagne elettorali del suddetto personaggio. Certo è che l’operazione ha portato comunque la Banca del Salento, e cioè uno dei più grandi centri di potere dell’intera Puglia, definitivamente in area diessina.

Rispetto a tutto questo, cosa volete che conti per il più cinico dei politici italiani, erede autentico del peggiore machiavellismo leninista, la sorte di qualche migliaia di risparmiatori, convinti ad acquisire con mirabolanti rassicurazioni prodotti finanziari-bidone, magari per drogare i conti della Banca del Salento proprio in vista dell’operazione-Monte dei Paschi?

La storia oscura dei rapporti di D’Alema con il sistema creditizio salentino va peraltro inserita all’interno del suo complessivo rapporto con il mondo d’affari pugliese, e segnatamente del Sud della Puglia.

Un rapporto che parte da lontano, da quando il defunto segretario socialista Carella ricordava di strani incontri all’Hotel Jolly di Bari in materia di commesse ed altro dell’Enel in relazione al progetto allora in fieri di una centrale nucleare a Brindisi. Che è transitato attraverso una strana archiviazione per sopravvenuta amnistia in relazione a talune presunte dazioni dell’ex-magnate delle Cliniche Riunite Francesco Cavallari, il cui grande giustiziere divenne in un solo colpo Senatore e Sottosegretario, naturalmente dalemiano. Né è stata la sola volta che un mancato inquisitore di D’Alema ha fatto carriera politica a sinistra: sta toccando anche a Michele Emiliano, che si è ben guardato dal varcare la porta del Presidente del Consiglio pro-tempore, che evidentemente “poteva non sapere”, nella sua indagine sulla più squallida vicenda della storia della Repubblica, che è stata indubbiamente quella relativa alle vergognose grassazioni sulla pelle dei profughi kosovari ed a spese della ingenua generosità degli Italiani in cui si è risolta quella cosiddetta “Missione Arcobaleno” di cui D’Alema era ispiratore, garante e supremo responsabile. Quell’Emiliano che si è visto spalancare l’agognatissima porta della candidatura a Sindaco di Bari dopo un colloquio senza testimoni con il presidente ds, ascoltato dal PM barese evidentemente non come Fitto aveva ipotizzato, e cioè nella sua qualità di “persona informata sui fatti”.

E non possono non tornare alla memoria le foto pubblicate da “Panorama” di un allegro convivio fasanese con D’Alema nel ruolo di chef e personaggi non immacolati del sottobosco affaristico brindisino in quello di riveritissimi commensali.

Già, Brindisi, l’unico capoluogo pugliese il cui Sindaco era di centro-sinistra ed è anche finito in galera, Città e Provincia tanto care al sullodato Presidente fino a reperirne il fidatissimo segretario particolare ed a farne reiteratamente sottosegretario il più trombato dei mancati deputati. Ma anche a Brindisi, laddove il sullodato Emiliano si era illustrato per inchieste a senso politico unico, e laddove il Sindaco scippato al centro-destra aveva istituito alla luce del sole un gigantesco apparato affaristico, come se contasse su una sorta di garanzia di impunità, il grande Massimo evidentemente “poteva non sapere”.

Insomma, ce n’è abbastanza per scrivere una storia non convenzionale sui risvolti pugliesi dell’era dalemiana.

E comunque i compagnucci salentini del divo Massimo farebbero bene a non rizelarsi troppo per un prudentissimo riferimento ad un rapporto “storico” tra D’Alema e la Banca del Salento, da parte di un personaggio notoriamente prudentissimo, manieratissimo, bene informato e dalla memoria lunga come Alfredo Mantovano. Magari pretendendo per il loro non immacolatissimo capo quel “fair play” che certamente non li contraddistingue quando si occupano dei loro avversari. Informarsi con Silvio Berlusconi, o anche con qualche assessore leccese, demonizzato e politicamente decapitato per vaghi ed insignificanti cenni ai margini di inchieste giudiziarie tutte da definire.
Tommaso Francavilla
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